22 aprile 2018

Dadocritico e Bambinaborderline
Due blogger si incontrano
parte prima

Qualche giorno fa ricevo una strana email, ehi, qualcuno ha commentato un mio post.
Ora, quando aprii il mio blog nel 2006 lo pubblicizzavo un po' ovunque e avevo un sacco di lettori attivi. Commentavano, qualcuno mi scriveva anche in privato, con qualcuno sono nate anche amicizie.
Da quando ho conosciuto Roccio molti ometti sono spariti, il che mi ha fatto fortemente dubitare sulla genuinità delle loro intenzioni e i commenti sono diventati praticamente inesistenti.
Ora niente, il nulla.
Ma ho ricevuto una email.
Qualcuno
Ha
Commentato
Il
Mio
Blog!

Vado a leggere e riporto:
Spero che torni un po’ il sereno su di te, Carla.
Che le cose si aggiustino.
Si aggiustino in modo rocambolesco.
Tipo un medico radiato dall’albo che si faccia strada fra gli altri medici “Permesso, fatemi passare” e che entri in stanza e ti somministri un cocktail di farmaci di sua invenzione, un istante prima dell’arrivo delle guardie.
Che il dottore sia imprigionato in una fortezza su un’isola.
Dopo averti somministrato il sereno.
Ti leggo.
Ciao
Andrea
E sono una persona che visualizza molto quindi se da una parte mi sono commossa, dall'altra ho riso tanto perché ho immaginato questo medico ragazzotto con camice che sventola, mentre corre, e io sdraiata in un lettino di ospedale per una consueta visita e lui che viene trascinato via a forza dalle guardie. E io che sorrido, serena.

Sono, indubbiamente, curiosa. Vado a leggere il suo blog. Dadocritico.
Scrive bene, cazzo. Ed è anche barbuto. Penso che ormai lo saprete, ho un'innata simpatia per le persone barbute (uomini o donne con problemi di ipertricosi). Dal Roccio che considero ancora come uno degli uomini più buoni che io abbia conosciuto, a Gigi con un pizzone notevolissimo, ad, appunto, Andrea Dado. Ma non disdegno barbe più corte. Credo di aver fatto un'associazione mentale tra la barba e la bonarietà, forse associazione nata ben prima di Roccio, in una notte a guardare le stelle con uno sconosciuto rude come un camionista rumeno con la quinta elementare e strafatto di birre ma buono come il pane. E con la barba, naturalmente.
Lo cerco su facebook, seguo la sua pagina, mi chiede l'amicizia e ci scriviamo.
Scopro quindi con stupore che mi segue dal 2006, una presenza silenziosa ma costante, mi dice innumerevoli belle cose su come scrivo. Premetto, non mi considero una scrittrice: questo è un diario, per me. Non sarei in grado di creare una storia, con un intreccio e tutte quelle cose bellissime che ti insegnano alle superiori e che tu fai solo finta di imparare, tanto chissenefrega.

Ma mi fa sentire estremamente brava anche se so bene che tutto ciò che scrivo non è strutturato, ma è davvero quasi un flusso di coscienza.
Mi chiede se possiamo prenderci un caffè, una volta. Ma certo!
Ho intuito sulle persone e Andrea Dado mi ha fatto subito un'ottima impressione. Di quelle che senti quando incontri una persona molto compatibile con cui vorresti stabilire un'amicizia. Ma soprattutto perché mi conosce e perché nonostante tutto quello che scrivo e le mie paranoie e i mie problemi, decide comunque di conoscermi. Conscio che potrebbe essere seppellito da una valangata di Carla.

Il giorno della visita, dell'istologico negativo per cui in un momento molto bello, decidiamo di vederci in un anonimo chioschetto al parco Ruffini.
Io arrivo presto, per cui mi sfango su una panchina a leggere quando (e perché mai non dovrebbe accadermi qualcosa di buffo proprio oggi?) una signora si ferma in piedi davanti a me. La vedo con la coda dell'occhio e alzo lo sguardo che inequivocabilmente le dice "Ha bisogno di qualcosa?". Senza che io proferissi parola mi chiede di farle una foto.
Però al sole.
Però a figura intera.
Però si deve vedere bene la faccia.

Le dico che il sole è molto forte, forse è meglio fare delle foto all'ombra. Insiste.
Le dico che sono fotografa e il mio consiglio resta quello di fare foto all'ombra.
Insiste.
E io desisto.
La piazzo davanti a un muretto con mattoni a vista e le scatto una foto col suo cellulare. Le dico che a figura intera il volto non si vedrà benissimo.
Insiste.
Guarda la foto e mi dà ragione.
Le propongo un primo piano ma sempre all'ombra. Insiste col sole in piena faccia.
Desisto.
Guarda la foto. "Ma sai che forse è meglio all'ombra?".

Per fortuna desiste lei, e poi è quasi arrivata l'ora X, io vado, ciccia. Tieniti la tua foto con la fronte aggrottata e gli occhi semichiusi per il troppo sole. Io ho da fare. [continua...]

21 aprile 2018

42

Mercoledì è andato tutto bene. Ma tutto tutto, a partire dal numero che mi han dato in sala di attesa.

La risposta al significato della vita, all'universo e a tutto quanto.
Ho deciso di tatuarmelo, sperando che sia di buon auspicio per il futuro. Ma chi cazzo ci crede al buon auspicio?
In attesa l'infermiere M mi parla del nuovo ordine mondiale. Non ho voglia di starlo a sentire oggi, così gli dico che mi sembra proprio una cosa complottista. Niente, inarrestabile. "Ma no, perché tu pensi che sia una fuffa da internet, ma tu devi informarti perché blablablabla e poi questi qui hanno anche fatto blablablabla perché non sai che blablablabla".
In genere rispetto le idee degli altri anche se molto diverse dalle mie. Se sono molto diverse o per me incompatibili, continuo a tenere cari i miei pensieri in una sorta di fortezza. Se l'altra persona è decisamente ostile a rivedere i propri pensieri e usa una fortezza simile, io non sarò certo la persona che abbatterà quelle barriere, soprattutto se è una persona a cui non voglio ancora bene.
Mi sono spiegata? Forse no ma stamani non ho le idee molto chiare sul significato della vita, sull'universo e tutto quanto.

in viaggio per l'ospedale

Così annuisco "Va bene dai, passami i titoli di questi libri"
"No, perché sai noi menti superiori dobbiamo istruire gli altri, che hanno nella testa i criceti sulla ruota, capito? Dai, poi passi a salutarmi prima di andare via?"
"Va bene"

Chiamano il mio numero, il cuore batte forte.
Se vi sembra esagerato, vi posso dire in tutta sincerità che lo è. Ma mettetevi nei miei panni, se vi riesce. In tutta la mia vita ho sempre ritirato biopsie infauste. Il ritiro di un istologico per me è sempre stato il segno della croce che può farsi un satanista, una cosa assolutamente fuori luogo, incredibile, fantastica in senso negativo.

Entro nella sala visita dove il medico, a quanto pare il boss, esclama "Ma questa non è una mia paziente, è una paziente della dottoressa Volpe!"
"Ehm no, io dovevo venire giovedì dalla dottoressa Volpe ma non potevo, così mi hanno detto di venire oggi da lei. E poi in realtà sarei del dott. Coluccia che è in pensione, quindi non sono di nessuno"
"Ah bene intanto posso dirle che non ha niente!"

Lo esclama con un tono di voce assoluto, nessuna possibilità di errore. Non ho niente.

Davvero? Io? La ragazza (ormai donna) dei tre tumori?

Mi metto la mano aperta sul cuore, faccio un sospiro che per me dura diversi secondi ma probabilmente è stato un istante. "Davvero? Lei non sa che bella notizia mi sta dando!"
Forse è vero, non lo sa davvero. Immagino le sue giornate a recitare facce tristi o esclamazioni felici a seconda delle pazienti e degli istologici ma in quel momento, seppur inconsapevole di averlo fatto, mi aveva ridato i 10 anni che avevo perso in questi mesi.

"Deve solo fare i controlli mammografici annuali, questa è la copia del suo istologico"

Gli dico che dalla sala medicazione mi hanno consigliato di fargli vedere la mia ferita, che ancora non è guarita.
"Si sdrai"
L'infermiera mi spacchetta il seno, do' un occhio anche io e in effetti la vedo molto migliorata. Ha l'aspetto e le dimensioni della Grande Macchia Rossa di Giove ma per lo meno non sanguina. Vedo che è meno rossa delle altre volte e anche il medico mi conferma che è una bella ferita (sulla definizione del concetto di "bello" abbiamo pareri discordanti, ma non mi metto a discutere con lui). Mi dice che vanno bene le fitostimoline, non devo usare più AquaCell, posso medicarmi da casa senza stare a venire in ospedale. "Fino a che non si forma la crosta?"
"Esatto"
"Ah, senta posso smettere di usare questi reggiseni sportivi che non li sopporto più e mi schiacciano tutta?"
"Bhe, se avesse 5 chili di roba le direi di continuare a metterli, ma direi che può farne a meno"

Esco con le lacrime agli occhi, incredibile. Penso che sia davvero incredibile. Mi guardo attorno attendendo le cavallette e la luna rosso sangue, come minimo. Ma niente, c'è un bel sole.

Scrivo a chi sapeva dell'intervento, scrivo a chi sapeva dell'istologico e a chi non sapeva. Scrivo al mio amico Ninja e gli chiedo se è in libreria. Lo vado a trovare, mi scrive "Così piangiamo insieme".
Lo abbraccio forte, lui sta ancora combattendo e le conseguenze del suo devastante intervento si fanno ancora sentire. Si sfoga, lo ascolto, gioisce con me e ci salutiamo, dopo esserci raccontati un po' del nostro gossip.



Sono passati alcuni giorni ma a scrivere queste cose ho ancora un po' i lacrimoni. Non mi sembra vero ma sono comunque felice di essermi preparata al peggio. Che le belle sorprese sono sempre le migliori.

Il pomeriggio ve lo scriverò con calma, perché ho conosciuto una persona davvero speciale e non voglio che le venga rubato spazio. Perché è giusto che una giornata così bella si concludesse con una bella persona.

18 aprile 2018

Giovedì

Sono convinta che oggi sia giovedì, il mio cervello ha saltato un giorno. Così convinta che ho preso anche il dosaggio di eutirox del giovedì.
Stamani, rinviando la sveglia, cercavo di indovinare il meteo odierno.
Suona la sveglia.
Spengo.
Potrebbe esserci pioggia.
Sogno.
Suona la sveglia.
Spengo.
Ma magari è solo nuvoloso.
Sogno.

E fu così amica pulcetta mia che ti ho sognato. Passeggiavamo di sera a Bologna e stava diluviando. Parlavi a bassa voce in tono serio, con il cappuccio della giacca che ti copriva mezzo volto. Pioggia così forte che anche il mio giacchino da montagna era zuppo. Non sentivo l'armonia e la musicalità della tua voce e le tue belle risate.
E nella folla per un attimo ci siamo perse, ma solo perché eri andata a prendere, per me, un biglietto del bus, per non so dove volessimo andare.
Io ero con delle persone. C'era un ragazzo che mi piaceva quando facevo le scuole medie, Alberto O.
Quando ero piccola sapevo che lui ascoltava una determinata radio e io la ascoltavo a casa. Un giorno ho sentito una sua richiesta radiofonica e l'ho registrata su cassetta. Era un bravo ragazzo Alberto O, doveva subire anche le angherie degli altri ragazzi perché lo "scarrafone" lo tampinava.

E pioveva, ed era buio.
Oggi devo assolutamente comprare la rafia e la nipagina per allevare le drosophile.
Che è già giovedì.

17 aprile 2018

La motivazione

Non mi bastava essere incasinata con la salute: ho dovuto cercarmi ben due lavori.
Sono tornata in un'azienda presso cui lavoravo (pensavo erroneamente nel 2006 e invece) nel 2007-2008. Mi trovavo bene ma la mole di lavoro era tanta e appena ho trovato altro mi ci sono fiondata.
Ma a volte ritornano.

Per questo lavoro ho fatto un corso di formazione full-time di 5 giorni, quindi per una settimana ho abbandonato l'altro lavoro.

Da ieri al mattino faccio il lavoro nuovo nella vecchia azienda, e al pomeriggio il lavoro che non ho ancora capito quanto mi pagheranno.

Nelle mie allegre scorribande in ospedale ho parlato con M l'infermiere con cui ci siamo scambiati i numeri e che mi ha invitata a uscire, senza impegno (e gli credevo, stranamente, fino a quando non mi ha detto che se avessimo fatto troppo tardi e abitando io dall'altra parte della città potevo restare a dormire da lui e lui avrebbe dormito sul tappeto, o sarebbe rimasto a dormire lui sul mio tappeto e quindi mi sono chiusa a riccio) al quale ho chiesto "Ma che fine ha fatto il mio istologico?".
Alla fine mi sono operata il 26 febbraio. Lunedì era il 9 aprile, mi sembrava che fosse passato abbondantemente il tempo massimo per saperne qualcosa. Così mi dà un altro numero da chiamare. Era lunedì mattina prestissimo. Per non perdere nemmeno un minuto di corso, due volte alla settimana sono andata in ospedale alle 8 del mattino. Quindi uscita da casa alle 6.30 del mattino.

Una volta al corso ho chiamato il numero e mi hanno comunicato che non c'era ancora nulla ma che avrebbero cercato e mi avrebbero chiamata. E il giorno dopo eccoli (che, si stavano perdendo il mio referto?).

Mi hanno chiesto di passare da loro giovedì per il ritiro dell'istologico e la visita ma non potevo perdere nemmeno un'ora al corso e così ho chiesto se avevano spazio in un altro momento. E domani è il giorno X. Pare che mi veda uno dei capocci del reparto.

Non saprei dire se sono spaventata. In ogni caso sarò arrabbiata. Se non è niente dovrò accettare il fatto di aver subito un intervento al seno (con una ferita ancora aperta e tutte le conseguenze del caso) per nulla. Se è qualcosa dovrò accettare di avere (ancora qualcosa). In ogni caso al momento io la vedo come una sconfitta. Minore nel primo caso, certo. Ma.

Ho tante piccole novità belle o brutte che siano. Le mie piccole ferite al cuore non si stanno riemarginando.
Una persona ieri mi ha ridato motivazione a scrivere, ma sarò sincera. In verità sono un paio.
Ed è strano che siano capitate la stessa sera: evidentemente avevo bisogno di più motivazione possibile, anche se il solo commento al mio precedente post è stato sufficiente a farmi capire che ci sono cose che non ha senso mollare.

Mi sono un po' commossa perché pensavo non passasse più nessuno da queste parti. Una volta pullulava di persone che presto o tardi sono spariti. L'avvento dei social, la mia non continuità, gli argomenti sempre più cupi, o magari nulla di tutto questo.

Ho dei nuovi esserini a tenermi compagnia. Due ragnetti salterini (Phidippus regius) e una lumaca gigante africana che però è di mia mamma (l'ha chiamata Debra). Ah e una quantità di Drosophila da dare da mangiare a tutti i ragnetti salterini del pianeta. Tutti presi a EntoModena questo weekend.

Non contenta e dato che ho due lavori (oggi ho controllato il conto in banca, è stato un Ohhhh che bello è arrivata parte dello stipendio di un lavoro. Ohhh ma è arrivata anche la carta di credito e sono sotto di 33 euro) mi sono presa un obiettivo macro vintage (in realtà l'obiettivo macro: un kiron 105 mm 2.8) al comodo prezzo di 239 euro etipassalapaura ma ne avevo bisogno. Voglio fare delle foto ai miei ragnetti ed è ripartita la frustrazione del "ora che lavoro e non ho più tempo almeno spendo i soldi".

Ah e visto che oltre ai soldi mi avanzava del tempo (sono ironica ovviamente) mi sono iscritta a un corso online sul Web Design. Non si sa mai nella vita, tanto ho capito che con la fotografia ci posso fare poco, ho un carattere di merda. Intanto cerco di rientrare nella grafica dalla porta di servizio.

In più, l'azienda vecchia che mi ha dato il nuovo lavoro chiude ben tre settimane ad agosto. È ripartito il trip del viaggio in solitaria ed ero partita con l'idea del Laos, ma è un viaggio che non sento mio. Non so spiegare, ma è una cosa molto chiara in me. Il Madagascar l'ho cercato, l'ho voluto, l'ho atteso per 10 anni. L'ho studiato piano. Era partito con l'idea dei camaleonti che volevo vedere in natura. Poi è diventata curiosità verso il luogo, le persone. Verso la natura, verso i problemi.
Non so niente del Laos, se non qualche spezzone del libro di Terzani Un indovino mi disse. Bello tralaltro, eh?

Quindi ci penso ancora un attimo anche se agosto è dopodomani, praticamente. Vorrei tornare in Madagascar anche se so che ci sono tanti altri posti da vedere. Però il Madagascar è stato l'unico posto da cui non volevo ripartire per tornare a casa. È l'unico posto che mi fa venire i lucciconi se ci penso, più dell'Australia, con i suoi canguri e i wallaby e gli aborigeni che fanno la spesa scalzi al supermercato e l'odore di eucalipto ovunque.
Madagascar non è Africa ma è Africa. È una costola piena di tribù diverse, animali diversi, piante diverse. Madagascar è camaleonti e insetti stecco, Baobab e lemuri.

Io non sono certa di voler andare in altro posto se non quello, e girare nuove zone, magari cercando l'Aye-aye nell'unica zona dove può ancora essere avvistato. E sentirmi un po' esploratrice come nei miei sogni di bambina, quando guardavo i documentari quelli di una volta fatti bene e sognavo di fare quello: viaggiare e stare con i miei animali. Che i miei amici immaginari sono sempre stati animali, mai umani. E spiegare alle persone come è fatto quel fantastico mondo così lontano e così vicino. E l'africa dalla vegetazione gialla e secca, e il deserto di sabbia, e i serpenti squamati, e i koala dolci.


Canzone dei giorni: Amen Dunes Satudarah

   

Questa canzone (e tutto l'album) mi accompagna nelle mie copiose letture di questo periodo. Leggo sul bus, leggo mentre corro da una parte all'altra della città, leggo a casa a letto, a volte leggo camminando per la strada, rischiando la vita. Leggo in pausa, fosse anche per 10 minuti. Non ho più tempo per la vita sociale, che già stava diventando (per mia scelta, eh?) pressoché inesistente, e nemmeno per film e serie. Come farò quando riprenderò a suonare? Mi porterò l'ukulele per strada? Magari sì, e ci guadagno anche qualche soldo.

09 aprile 2018

Sono in stazione e aspetto un treno. Se sia in ritardo o se sia stato cancellato non mi è dato saperlo. Incontro lì una ragazza: è alta, magra, ha i capelli corti castani e gli occhi grandi, una pelle molto chiara. È carina, e non mi soffermo a parlare con lei. Devo andare via.

C'è gente un po' strana in giro, ricordo di aver pensato che dovevano essere usciti da un manicomio, ben conscia che i manicomi non esistono più; uno aveva anche un camice bianco. Prendo delle scale che mi permettono di vedere la stazione un po' dall'alto. E noto che questi personaggi strani camminano "sopra" i treni fermi e temo che si vogliano buttare di sotto. Ma sono forse lontana per richiamare la loro attenzione e noto che questa ragazza è anche lei, ora, in una posizione in cui può osservarli. Le faccio dei gesti per indicarle i due personaggi in questione che sono sempre girati di spalle e lei mi fa cenno di stare tranquilla. Usciamo insieme dalla stazione e incontriamo due mie amiche. Non ricordo chi siano perché ora sono concentrata e presa dalla mia nuova amica. Tant'è che camminiamo seguendo quest'ordine: io davanti con lei e le mie due amiche dietro.

Mentre camminiamo mi mostra un sacchetto che aveva con sé. Ci sono dentro un paio di autoreggenti, dice di volermele regalare. Forse mi sarebbero state grandi ma dico che non importa. Sono particolari, una è di colore grigio e l'altra è (guardacaso) rossa. La ringrazio e non vedo l'ora di tornare a casa a provarle.

Arriviamo in piazza Campanella, è nella mia vecchia zona: mi piaceva abitare lì. Ci sediamo su un gradino fuori da un negozio e cominciamo a parlare. Io però sono in ansia. Guardo l'orologio e sono le 19.13. Alle 20.30 devo fare qualcosa, ma ora non ricordo cosa: forse arrivi tu, non ricordo. E in tutto questo devo comunque prima tornare a casa, provare le calze, vedere come stanno sotto il mio vestito nuovo, mangiare.

Le guardo ancora, hanno qualcosa che non va nel bordino, ma poi lei mi spiega. Il bordo va ripiegato verso l'esterno. Così si possono vedere i fiocchetti.

Saluto tutti con una scusa e vado via, però mi spiace e sono un po' gelosa di lasciare la mia nuova scoperta con i miei vecchi amici, così torno, ed esclamo "Va bhe, dai resto!".

RagnoB, ora entri in gioco tu, amica mia.

Vengo a casa tua, dopo questa scoperta e questo regalo. A casa tua c'è la ragazza di tuo fratello che lo aspetta, sconsolata, dal giorno prima. A quanto pare si comporta con lei da maschio alpha. La lascia a casa con tua mamma mentre lui va via per giorni. Mi ricorda qualcuno.

Ci presentiamo e ti mostro le mie belle calzette e ti dico che devo assolutamente provarle. Tu parli a bassa voce e mi dici che in quella casa il silenzio è da rispettare, perché siete un po' particolari. Accendo la tv e anche se il volume è basso, non posso abbassarlo ulteriormente con il telecomando. Abbandono la missione e spengo.

Mi provo queste benedette calze e sono carinissime MA una è più "alta" dell'altra. Per inciso la calza rossa arriva poco sopra il ginocchio e sembra più una parigina mentre la calza grigia arriva a metà coscia. Ragno B, mi guardi e decreti che "è così che deve essere". Nel frattempo arrivano due donne, una delle due è sicuramente la mamma della ragazza di tuo fratello ma non riesco a capire chi sia, e in questa confusione di volti non riconosco nemmeno tua mamma. Poi, una donna si avvicina per presentarsi e mi fa un saluto da ragazzina, alla "bella lì, come butta?". Mentre loro vanno nell'altra stanza, noto che sulla forma del piede della calza (e in quel momento le ho indosso) c'è scritto qualcosa come "donne calze, collezione costosa". E penso che sia strano che una perfetta estranea me le abbia regalate.

E poi le donne in casa mi rivelano che quel tipo di calze in quella casa non sono ben accette.

Ma non sapremo mai come è andata a finire la diatriba perché la sveglia ha suonato e l'unica cosa che mi è rimasta in testa è la questione delle calze: riuscirò a trovarne un paio simile nella realtà?

24 marzo 2018

Dissociazione cognitiva

La mia ferita non poteva aspettare e sabato 17 era nuovamente piena di siero. Ma sabato il reparto è chiuso.
Avevo già chiamato il giorno prima per qualche gocciolina sospetta ma mi avevano detto di non preoccuparmi, qualche gocciolina è normale.

Sabato non sapevo cosa fare, ma non volevo andare al pronto soccorso, temevo facessero peggio. Così sono andata in farmacia a comprare dei cerottoni per rimedicarmi, ovvero togliere il cerottone garza sopra, lasciando gli sterilstrip sotto, e rimettere un altro cerottone.
Lunedì sono tornata, stessa scena della volta scorsa, l'infermiera chiama una dottoressa perché una volta spacchettata, nella zona in cui prima c'era una crosta abbastanza spessa c'è una sorta di liquido giallo verdastro che a una prima occhiata sembra pus.
La dottoressa dice di non preoccuparmi, a volte succede, è fibrina e viene prodotta per riparare i tessuti ma impedisce la cicatrizzazione, bisogna toglierla.
Prende un bisturi, una pinza e armeggia. Sento tirare e non troppo dolore ma quando la leva rimane un buco. Profondo.

Da sdraiata non riesco a vederne la profondità ma i margini non sono belli. Sarà un ovale lungo due cm e largo un cm. Mi richiude con gli sterilstrip e mi impacchetta esattamente come il dopo intervento.
Chiedo della cicatrice, se rimarrà brutta "Ma no, usiamo apposta gli sterilstrip che chiudono bene i margini della ferita, purtroppo a volte accade. Ha mai avuto problemi con i punti?"
No mai avuti, e sono stata tagliata tante volte.

Dovrò tornare giovedì 22 come stabilito.

Torno giovedì che il pacchettone fatto dalla dottoressa era quasi tutto scollato, ma l'ho riparato alla meno peggio con un rotolo di cerotto trovato in casa e col seno compresso da un reggiseno sportivo. Così mi hanno consigliato.

Le solite domande: chi l'ha operata, quando, ecc ecc

Faccio notare che è rimasto un punto ed è strano, sono punti riassorbibili, così decide di toglierlo, però nel momento in cui lo tira via, parte del filo che riconduce a quel punto è interno e tirando viene in su un pezzo di carne del "dentro" la tetta. Meno male solo sdraiata. "Non guardi!".

Chiama un medico esclamando "so già cosa fare!".

Il buco è sempre lì. Se la ferita fosse a sinistra potrei dire che è il mio cuore che sta sanguinando e potrebbe non essere sbagliata come affermazione, ma è a destra. Mai una gioia.

Arriva il medico, lei dice "Con un'altra signora che aveva la stessa cosa ho usato le fitostimoline, ci vuole un mesetto ma si sistema"

"Non mi mettete gli sterilstrip?"

"No signora" dice il medico "la ferita deve guarire in profondità. Se lo chiudiamo ora, si riparano i margini ma sotto resta aperta. Deve venire in su".

Che cosa intenda con quel Deve venire in su è tutto un programma. Ma ho già le lacrime agli occhi. Senza che possa dire niente incalza "Purtroppo rimarrà una brutta cicatrice".

"Che fortuna eh?"

"Io preferisco essere chiaro con le pazienti, purtroppo sarà evidente"

Ormai ho gli occhi pieni di lacrime ma cerco di trattenermi come meglio posso. L'infermiera mi dice che molto dipende dal trattamento che farò dopo.

Mi dice che per questo tipo di medicazione dovrò essere in ospedale due mattine a settimana quindi mi ridà appuntamento per lunedì e giovedì.
Esco e resto seduta ancora un po' in sala d'attesa, che poi non è una sala d'attesa, è solo il corridoio davanti alla porta, a testa bassa.

Esco dal reparto a testa bassa, prendo il bus e ho gli occhi ancora gonfi di lacrime che però tengo, come un segreto che però faccio fatica a non rivelare.

Arrivo a casa di G e piango, piango di un pianto che non mi capitava da quando ero piccola. Piango e non riesco a smettere. Mi prepara un the e due muffins e guardiamo "Hot shots 2".
È una riparazione momentanea ma funziona, riesco ad andare al lavoro nel pomeriggio.

E lo so cosa pensate, è solo estetica. Ma non è una questione di estetica, è una questione di integrità fisica. Non riesco a fare in tempo ad accettare un piccolo problema che se ne presenta un altro. Avete presente quando in un film un uomo è a terra perché gli hanno appena sparato? Ecco, a fatica cerca di rialzarsi ma il cattivone gli spara di nuovo. Cade nuovamente ma non si perde d'animo, a fatica cerca di sollevarsi sulle braccia per strisciare, ma un altro colpo lo stende di nuovo.
Mi sento come sotto una raffica di piccoli proiettili (e deve ancora arrivare l'istologico).

Oggi vado a Genova, è una piccola gita di un giorno ma ho bisogno di staccare dalla mia stanza. Ho degli amici dolcissimi che vorrebbero starmi molto vicino ma per il carattere di merda che ho, questa vicinanza ha il risultato opposto di farmi sentire soffocata.

Così mi isolo ma consapevolmente, sapendo che ben presto anche loro si stancheranno di questo mio atteggiamento. La verità è che di solito sono più brava con queste cose, ma sono anche un po' stanca.
E in tutto mi sono innamorata proprio di una persona di cui non avrei dovuto.

15 marzo 2018

Il mio siero (della rottura di cazzo)

Qualche giorno fa al mattino, al centro dello sterno, ho visto delle goccioline di non so cosa.
Su internet pare che a volte si formi del siero sotto la ferita ed è assolutamente normale: quello che non mi è parso normale è stato svegliarsi ieri mattina con la garza completamente impregnata di questo siero.
Così ho chiamato l'ospedale e mi hanno detto di andare.

La ferita tralaltro mi pareva ancora aperta, un po' di crosta stava andando via ma sotto sembrava slabbrato, non so come spiegarvi. In ospedale hanno massaggiato fino a fare uscire tutto il siero e in effetti alcune aree che mi parevano più gonfie si sono sgonfiate. I margini della ferita non erano bene adesi, negli strati sottostanti e questo ha creato una sacca di siero. L'apertura poi della ferita creerà una cicatrice più visibile, ha detto l'infermiera.

Dopo avere spurgato tutto ha messo i cerottini sterilstrip per fare aderire meglio i bordi del taglio "Salviamola un po' almeno" e ha messo un cerottone "Non toccare niente e torna giovedì 22 a farti medicare". Mi ha anche consigliato di andare dal medico a farmi prescrivere un antibiotico ad ampio spettro per evitare infezioni.

9 anni fa nulla di tutto questo. In più ieri è morto Stephen Hawking.
In più mi sto reinfilando nel giro dei lavori di merda.

Ne avete altre di cose in serbo per me, per questo 2018? No perché eh? Mi sono già rotta le balle e siamo solo a marzo.


La decimatrice

Non so come abbiamo fatto a scappare, tutti i miei compagni erano stati uccisi. Ma noi, piccolo e sparuto gruppetto, no; ci siamo rifugiati in un altro universo convinti che nessuno potesse più rintracciarci. Eppure in uno dei nostri anonimi spostamenti tramite bus eccola, lei, vestita in rosso.

Colei che ci aveva decimati.

Ci fu subito ovvio che lì per lì non poteva muoversi, ma non potevamo andare da nessuna parte.

Aspettò che il bus si fermasse, scese con noi e ci portò sul tetto di una scuola. Il sacrificio stava per essere completato, ma io mi ricordai che nello zaino avevo qualcosa e dovevo solo trovare il pretesto per prenderlo.

Finsi un malore e chiesi di poter prendere le pastiglie per poterlo attenuare e lei, stranamente, acconsentì.

Aveva uno chignon biondo portato alto sulla testa, la radice scura dei capelli, il rossetto rosso abbinato al cappotto. Decisamente bella e crudele.

Presi la pistola, era minuscola e non era mia, non ricordo di chi fosse. I miei compagni di viaggio capirono e si rilassarono, forse troppo, rischiando di farci scoprire.

Nascosi la mano con la pistola alla sua vista e chiusi lo zaino. Dovevo essere rapida.

Si voltò un attimo e gliela puntai dietro alla nuca, premetti il grilletto ma "click click" niente, non sparò. Ero disperata e continuai ma lei si mosse e in quel momento partì il colpo.

Un minuscolo forellino apparve ma stranamente la traiettoria non era quella corretta e il risultato fu solo quello di farla agitare.

Secondo colpo, e cadde a terra.
Terzo colpo, per sicurezza.

Guardai lei, guardai la pistola e guardai i miei compagni. Il nemico era stato sconfitto, eravamo ancora vivi. Ma il viaggio non era terminato.

Avremmo trovato tante altre difficoltà ma ci sentivamo più preparati, più invincibili, meno umani.

Il sole stava tramontando riempiendo quell'atmosfera già carica di drammaticità di una luce splendida, surreale.

Ci mettemmo in cammino, la strada era ancora lunga.

09 marzo 2018

Axolotl

Il mio amico Ninja sta bene, nonostante tutto, nonostante tutti i dolori si sta riprendendo. L'unica sua preoccupazione è stata spazzata via, e io sono felice per lui.
Per quanto riguarda il mio seno, mi sento un po' come l'Axolotl: sembra si stia rigenerando. Rispetto a quando sono tornata a casa lo vedo più rimpolpato (ma può essere semplicemente più gonfio perché sta guarendo, chissà).

Poiché volevo sentirmi più bella, ieri sono andata a fare shopping vestiario. Ho preso anche cose che non mi convincevano un granché ma che mi stavano bene. Ho speso i miei ultimo soldi ma forse ne è valsa la pena. Lo psicoterapeuta mi sarebbe costato di più.

Massaggiare il seno fa male in questi giorni. È vero che il chirurgo mi ha detto che "deve fare male" ma l'altroieri ho visto le stelle per tutto il giorno.

Massaggio e penso ad altro, massaggio e stringo la pancia con le unghie, massaggio e penso che a breve guarirà, massaggio e penso che più mi faccio male ora e meno si vedrà la cicatrice dopo.

Comincia a scaldarsi l'aria, la natura si sta risvegliando.

E io? In fase di dormienza. Comincio a sentirmi un po' sola, ma forse l'ho già scritto da qualche parte.

05 marzo 2018

Ninja e Kunoichi

Amico mio,
un'altra battaglia hai combattuto e stai ancora combattendo. Su terreno sdrucciolevole e impervio, sotto la pioggia o la neve, e se qualche volta ti ho sentito arrabbiato, mai ti ho sentito abbattuto.
La tua forza, amico mio Ninja, aiuta me a essere meno fragile, a essere una Kunoichi.
Silenziosi ci muoviamo contro nemici invisibili che desiderano solo fiaccarci nel corpo e nello spirito.
Ma nessuno ancora ci è riuscito.
E allora brindo a te, amico mio, che non so che a punto sei. Non so com'è andato l'intervento, non so quanto tempo rimarrai lì in attesa di svegliarti.
Ma io sono pronta, qui, in attesa del risveglio, armata fino ai denti.
E se non mi vorrai vicina fisicamente, attenderò che tu ti riprenda per offrirti caffè d'orzo, per sentire i tuoi racconti, per parlarti di me. Di cuori infranti e ricuciti, di lacrime e sorrisi. Sentire il tuo abbraccio che mi dice di stare tranquilla e aspettare.
Che tutto si risolve.

Tutto.



Canzone del giorno: How to Save a Life The Fray

03 marzo 2018

Rifiuto
Rabbia
Patteggiamento
Depressione
Accettazione

02 marzo 2018

Prima medicazione

Caro Blog,
oggi sono andata al Sant'Anna a fare la mia medicazione. Seconda e ultima a quanto pare. I punti sono riassorbibili e non devo tornare a farmeli togliere. Il chirurgo mi ha detto che posso lavarmi, che posso già massaggiare la zona con una crema ma anche con dell'olio d'oliva: come tradizione vuole ho ricomprato il costosissimo olio di Rosa Mosqueta.
Dice il medico devo massaggiare spingendo bene, devo sentire male, devo muovere la cicatrice all'interno. Ci ho provato mio caro Blog, ma non sono più la stessa persona di 9 anni fa, evidentemente. La ferita mi fa impressione, il dolore mi blocca e guardarmi allo specchio, così, quasi dimezzata non mi fa bene.
Ho chiesto al chirurgo se potevo mettermi una protesi ma me lo ha vivamente sconsigliato. Se già ora per ogni nodulo mi fanno fare una biopsia, con una protesi di mezzo potrebbero non capirci nulla e vedere cose che non ci sono.
Sono un po' triste, caro Blog. Temo di avere fatto la scelta sbagliata operandomi. Forse potevo, e dico forse, aspettare. Magari non era niente. Ma non posso non pensare alla signora che dopo un anno si era trovata un cancro metastasizzato. Ora però il mio seno destro è la metà di quello sinistro e si vede tantissimo, e ora è anche un po' gonfio per l'intervento: tra qualche settimana sarà ancora più piccolo.

Mio caro Blog, cosa si può fare in questo caso?

Oggi sono stata a trovare A, il mio amico di chemio. In ospedale.
Invidioso del mio intervento ha deciso di farsi operare anche lui, per la decima volta.

Lo abbraccio, e penso che la vita a volte è un po' ingiusta. Vivi, sì, ma sempre in bilico: non abbiamo mai avuto la fortuna di conoscere la salute per troppo tempo di seguito.

Gli ho portato un peluche che mi aveva regalato Alelè, un mio grandissimo amico delle superiori che era venuto a trovarmi a 16 anni in ospedale.
Quel peluche, a forma di scimmietta e con il cappellino da esploratore, mi ha seguito in tutte le case in cui ho vissuto. È venuto a Firenze, a Bologna, a Cömo.

Mi dicono di non abbattermi ma forse ho un'unica fortuna: essendo sola posso finalmente piangere quanto voglio.

Caro Blog, non ho espresso tante volte il desiderio di potermi finalmente sfogare? Il 2018 non voleva essere l'anno del mio egoismo? Ecco, ora posso fare ciò che voglio di me stessa.
Perché non devo proteggere nessuno.

28 febbraio 2018

La solitudine dell'intervento

Il 26/2 è il giorno X.
Sveglia presto, in ospedale alle 6.45, calze antitrombo (di nome e di fatto) già indossate. Doccia fatta, ansia non troppa ma il giusto.
Dormito via da casa, nella stessa presa per la scorsa data, proprietario un hippie insegnante di yoga che, venuto a conoscenza della mia storia, ha cercato di parlarmi di varie terapie alternative.
Io, che sono brava a gestirmi da sola, per fortuna non ero da sola: questa volta (come per la scorsa data) una persona mi ha tenuto gli artigli.
Però questa volta non c'è l'influenza ad allontanare la paura dell'eventuale intervento, così una volta fatto (di nuovo) il prelievo io e altre 3 donnine siamo spedite a fare il reperaggio, dopo averci dato la stanza (sono in stanza da sola, almeno quello).

Il posizionamento in repere 9 anni fa era una iniezione di carbone vegetale che colora la parte da togliere ma a quanto pare questa volta sarebbe stato un gancio metallico infilato nella zona da asportare. Era stato questo esame che solo 10 giorni prima aveva bloccato il tutto. Stavo andando con l'infermiera a fare il reperaggio quando le ho chiesto un fazzolettino e le ho detto che non mi sentivo molto bene. Così ha chiesto la visita dell'anestesista in quanto lasciami un ago dentro senza sapere quando sarebbe stato fatto l'intervento (in caso avessero deciso di non farlo) non sarebbe stata un'ottima idea. Potete immaginare lo stato d'animo di farmi infilare una cosa del genere dentro il seno, ma comunque attendiamo, e sono l'ultima. Per complicare il tutto ho anche le mie cose, ovviamente.

Quando mi chiamano ero andata un attimo in bagno e tornata, colui che chiamerò il marito perché così è stato definito dagli infermieri, mi dice di andare in sala ecografica 1 dove però mi dicono di attendere fuori.

Il repere per me, per fortuna, sarà solo un segno di pennarello e non ci sarà nessun ago uncinato perché, dice il santo medico, non è necessario.

Attendiamo l'infermiera che ci riporti in reparto e una volta in stanza, nell'attendere la chiamata per la sala operatoria ci appisoliamo. È previsto gran freddo, fuori.

Il marito si informa sugli orari, pare che siano in ritardo in sala operatoria e che il mio intervento era previsto per le 12 ma andrò su alle 13 passate. Infatti poco dopo le 13 una corpulenta infermiera mi fa togliere il mio pigiama trendy composto da camicione verde a quadri e pantaloni a righe rosse e bianche per mettermi il camicione blu da intervento, aperto sul retro. "Deve togliersi anche le mutande" - "Ma ho le mie cose".
Mugugna qualcosa di incomprensibile ma me le lascia tenere addosso. Ci avventuriamo a piedi per la sala operatoria che credo sia al terzo piano. Le chiedo quanto durerà l'intervento e mi dice circa 3 ore. Sono preoccupata per il marito, sapeva circa un'oretta e non posso nemmeno avvisarlo.

Le pareti sono arancioni. Non devono avere fatto un grosso studio sui colori, l'arancione non è un colore tranquillizzante. Arrivo a quello che sembra essere un grosso gabbiotto di una biglietteria, senza il vetro a separare le due zone ma con una sorta di lettino abbassabile a piacimento di colore azzurro.
"Ha tolto le mutande?"
"No, ho le mie cose"
"Le deve togliere comunque"
Le sfilo da sotto il camicione e piego l'assorbente affinché non si veda. L'infermiera corpulenta di cui capisco una parola ogni due le mette in un sacco trasparente in cui c'è anche quella che doveva essere una vestaglia ma è un maglione aperto sul davanti. Posizionano una traversina sul lettino e lo abbassano affinché io mi ci possa sedere e da lì mi fanno passare su una barella, mi mettono la cuffietta per i capelli e mentre mi trasportano via sento che dicono che mi tocca la sala operatoria numero 5.
Prima però mi parcheggiano in una sorta di zona franca che conoscerò anche nel post operatorio. Alla mia sinistra c'è una fanciulla con una flebo che sembra dormire. Rimango lì un po', cercando di non pensare e sonnecchiando, finché un giovane infermiere o anestesista, non ho idea, in camice verde arriva per mettermi la cannula.
"Dove devi essere operata?"
"Seno destro"
"Allora devo mettere la cannula al braccio sinistro"
Non prova nemmeno a vedere nell'incavo del gomito perché, dice, potrebbe essere scomodo e potrei non piegare bene il braccio. Individua, poco sopra il polso, una vena che dice però "non capisco dove vada". "Faccia un bel respiro" - e mi infilza. Ma respirare è servito anche se poi maneggia l'ago e mi fa male.
"È andata?"
"No, si è rotta"
Sospiro.
Guarda nell'altro braccio ma arriva quello che invece potrebbe essere l'anestesista che dice "Non lì, deve essere operata da quel lato"
"Eh, ma non ha vene"
Torna al braccio sinistro.
"Proviamo sulla mano, è un po' fastidioso ma non abbiamo scelta, ti metto la cannula più piccola che abbiamo, se non va chiamo l'anestesista"
Infila, maneggia e sembra andare. Mi attacca a una flebo.

Mi trasportano in sala operatoria, dove mi mettono un pannolone ("Sollevi il sedere") e posizionano entrambe le braccia su due braccioli laterali per cui assumo la posizione comodissima da crocefissa. Apparecchio per la pressione su una caviglia, pulsossimetro sull'indice destro. Ho freddo ma sono anche agitata e comincio a tremare come una foglia.
L'infermiere giovane dice che mi mettono un bocchettone dell'aria calda per scaldarmi e mi chiede di cosa ho paura.
Ma le paure non sono per la maggior parte irrazionali?
Scherzo con loro dicendo che attendo con ansia le droghe legali che mi inietteranno.

"Coluccia c'è?" chiede qualcuno.
"Non l'ho ancora visto" risponde qualcun altro.
Ma all'improvviso compare. "Come mai siamo in ritardo sulla tabella di marcia, oggi?"
"Una signora doveva operarsi ma l'hanno riportata in stanza"
"Come va?" mi chiede
"Potrebbe andare in un altro milione di modi meglio, ma via, facciamolo..."

L'anestesista mi inietta un liquido giallo fosforescente e mi dice "Ora le girerà la testa"
"Come dopo una sbronza?"
"Esatto"
In effetti gira tutto ma senza la nausea della sbronza. Mi mettono una mascherina "È ossigeno, faccia respiri profondi, ecco brava, così, bravissima..."

Mi sveglio da un sogno che non ricordo, nella stessa stanza in cui mi trovavo prima della sala operatoria, tossisco.
"Ora la riportiamo in stanza, è normale se sente un po' di mal di gola"
Penso all'intubazione.
Il seno destro mi fa molto male, mi pizzico la pelle della pancia con la mano destra sperando di prestare meno attenzione al dolore. Resisto per un po' ma poi lo verbalizzo e mi dicono che mi stanno già facendo l'antidolorifico (contramal, famiglia degli oppiacei). Mi riportano in barella allo sportello iniziale dove il lettino che separa quelle due metà di mondo è in realtà anche un rullo per cui vengo letteralmente fatta scivolare su una barella dall'altro lato dove un infermiere mi dice che il marito è preoccupato. Non dico nulla perché mi diverte un po' l'idea e lo trovo ad aspettarmi all'inizio del corridoio. "Ecco il marito" esclama l'infermiere, "non che io sappia" esclama il marito ma l'infermiere non lo sente, tant'è che oggi lo stesso infermiere mi dice "Allora, viene il marito a prenderla?".

Mi rimettono sul letto sollevandomi con il lenzuolo, mi tolgono il pannolone e mi infilano le mutande e questa impotenza è detestabile. "Non muova assolutamente il braccio destro"
Anche se poi un'infermiera mi dice che "devo assolutamente muoverlo se no si gonfia".

Sono ormai le 17, pare che io non possa né mangiare né bere per altre 4 ore. Aspetto che il marito vada via per chiamare l'infermiera e fare la pipì nella padella.

Alla sera in effetti mi portano un po' di the con fette biscottate che mangio volentieri, dopo aver sbranato il bacio perugina del marito.

Passa il medico a visitarmi e poi il dott. Coluccia (in abiti civili, senza camice) che mi dice che ci vedremo venerdì per la medicazione e tasta la ferita.
Gli antidolorifici mi impediscono di tenere gli occhi aperti per più di qualche decina di minuti, così ogni tot crollo in un sonno profondo della durata di circa un'ora o due e poi mi sveglio. Al mattino sono riposatissima e contenta, perché vado a casa.

Arriva nel frattempo una signora anziana, compagna di stanza, che deve fare una nuova procedura che si chiama "elettrochemioterapia". Mi mostra il seno che le hanno asportato e racconta dei suoi 5 anni di chemio.

Mi torna in mente quando volevo fare la volontaria in reparto di oncologia all'ospedale infantile Regina Margherita e mi dissero che gli ex pazienti non possono fare i volontari in reparto e ora capisco perché. Ci vuole una certa delicatezza ad approcciarsi agli altri malati, soprattutto se il male è simile, e vedere quella cicatrice e sentire quella storia non mi ha fatto bene.

Quando mi chiamano per le dimissioni in sala d'attesa c'è con me una signora con i capelli scuri che è stata operata il giorno prima insieme a me. Le chiedo informazioni e mi racconta la sua storia.
11 anni prima dopo una mammografia le trovarono qualcosa ma il medico le disse di stare tranquilla che era solo una ciste e di fare la mammografia l'anno successivo. L'anno dopo videro che era in realtà un tumore che si era metastasizzato e le hanno dovuto togliere tutto il seno e fare la chemio, e ora c'è un nuovo nodulino da esaminare. Non so se è stato questo racconto o cosa, comincia a girarmi la testa. Quando vado in sala visite comincio a vedere i famosi pallini bianchi e dopo la medicazione comincio a sudare e ad agitarmi, dico che non sto bene. Mi misurano la pressione ed è 80-50, mi riattaccano una flebo alla cannula che per fortuna non mi hanno ancora tolto e mi riportano in stanza.

Intanto Lys era venuta a prendermi e resta lì con me aiutandomi a mangiare, mi coccola, mi apre le confezioni di cibo che non riesco ad aprire, mi porta la sua copertina.

Passo quindi un altro giorno in ospedale, con la signora chiacchierona accanto e io che penso al mio seno che al tatto, nonostante la medicazione faccia volume, sembra così piccolo da non esserci quasi più. E penso al lungo percorso che dovrò fare per l'accettazione del mio corpo, penso alla rabbia che provo e alla tristezza nel tornare a casa, circondata sì da amici incredibili che mi dimostrano un affetto senza pari, ma sostanzialmente sola.

In più dovrei cominciare a fare uno stupido lavoro e l'unica cosa che vorrei è invece arrotolarmi nelle coperte calde e dimenticare ogni cosa.

Purtroppo piangersi addosso non serve a nulla, altrimenti ora sarei piena di risorse, quindi si volta pagina, in tutto, e si va avanti.

23 febbraio 2018

Una serie di date

In queste settimane passate è successo di tutto: visita chirurgica, visita anestesiologica, data fissata per intervento. Non ho scritto, ma non ho scritto perché non volevo che fosse una radiocronaca delle cose che capitavano, ma temo che sarà proprio questo.
Alla fine che cosa è tutto, se non una radiocronaca interiore? Date su date, orari, avvenimenti, dialoghi interiori. Così partiamo dalla visita chirurgica, fissata per il 18/1. Mi mandava a fare la visita la dottoressa Mariscotti, e il chirurgo è il mitico dott. Coluccia, lo stesso che mi ha operata l'altra volta. Ma sta per andare in pensione quindi chissà se ce la facciamo.
Alla visita, in cui lui appunto dice che non sa perché sono lì, mi annuncia anche che posso decidere di non operarmi e tenere il tutto sotto controllo. Devo decidere lì per lì perché prendere tempo non serve a molto, solo a rimandare l'eventuale intervento e rischiare di non farlo più con lui. Quindi dapprima decido di aspettare ma entro due secondi cambio idea e opto per l'intervento. Dice che secondo lui non è niente e spera di non sbagliarsi e mi mette in lista per l'operazione.

Il 2/2 ho fatto il prericovero, mi hanno fatto l'ecg e la radiografia del torace e ho conosciuto l'infermiere Max che mi ha parlato dell'universo e di come le cose siano strettamente collegate le une alle altre.

Il 6/2 ho fatto la visita dall'anestesista che ha dato l'ok per procedere.

il 9/2 mi hanno chiamata per darmi la data dell'intervento: ovvero venerdì 16/2.

Alle ore 6.45 dovevo essere in ospedale ma da qualche giorno non stavo molto bene e proprio quel giorno, in particolare, mi girava la testa e la temperatura stava salendo. Così, aspettando solo 4 ore e dopo una visita dall'anestesista (la quale diceva che per lei ero operabile ma dovevo dirle io come stavo - meno male l'altra anestesista ha detto "bhe sa, magari ora è operabile poi le si alza la temperatura e non possiamo più operarla" e mi ha permesso di fare la scelta giusta, ovvero di rimandare dato che la sera effettivamente la temperatura è salita sui 38) mi rimandano a casa.


Ma non c'è tempo di sdraiarsi sugli allori perché per venerdì 23 ho già una ulteriore visita dall'anestesista prenotata e il 20/2 mi contattano per fornirmi un'altra data per l'intervento, ovvero il 26/2.

26 gennaio 2018

Lettera alla me stessa di 20 anni fa

Se un giorno inventassero la macchina del tempo, se avessi modo di dire qualcosa alla Carla sedicenne, cosa mai vorrei dirle?
Di sicuro le scriverei una lettera, non mi presenterei di persona. Userei una delle mie penne stilografiche su carta bianca, senza righe, forse strappata da una delle mie innumerevoli agende. Infilerei la lettera in una busta e scriverei fuori "Alla Carla sedicenne" e la lascerei in un posto dove possa trovarla.
Nella vecchia casa, sullo specchio all'ingresso, lo stesso specchio su cui, prima di partire ogni estate per andare in Molise, mio padre lasciava 50mila lire e una richiesta per i ladri: "Questo è tutto quello che c'è in casa".

Cara Carla sedicenne,
so che ora il mondo ti fa immensamente schifo, hai avuto modo di appurarlo almeno due volte e purtroppo ce ne saranno altre: ma non preoccuparti. Il motto "tutto si risolve" non è così scontato ma vedrai che anche per te sarà vero.
Ti scrive la Carla che sarai tra vent'anni. Hanno inventato la macchina del tempo e sì, sembra il racconto di un film di fantascienza piuttosto trash che non ami, ma questo è.
La vita a 36 anni non è male: certo, alla tua età hai l'impressione che si tratti quasi di un'eta avanzata, non riesci a immaginarti nemmeno a 18 anni, figurarsi a 36. Non sarai molto diversa da ora, e non solo esteticamente. Ti piacerà sempre guardare la luna, e le stelle, ma non le guarderai più così spesso. Il mondo degli adulti ti insegna a pensare alle cose pratiche: trovare un lavoro, mettere su una famiglia e cose simili.
Ma per fortuna sarai leggermente diversa da questi stereotipi. E ogni tanto alzerai ancora gli occhi al cielo e non solo per trattenere le bestemmie che vuoi riversare sul mondo esterno; ti basta trovare la cintura di Orione per calmarti.
Tra qualche anno ti sembrerà di non imboccare una direzione, di non farne una giusta. Ma continua per quella strada. Tutti ti diranno che non sai cosa fare e che procedi a zig zag, ma chi ha mai scritto che la vita debba per forza essere lineare e semplice?
Ti etichetteranno come una persona piuttosto forte e proprio per quello non vorrai mai apparire fragile, ma sempre per quel motivo a volte ti sentirai molto fragile. Se riesci, piangi qualche volta.
Tutto sommato tutto quello che farai andrà bene e sai perché? Perché se ora dovessi fare un resoconto della mia vita e se sapessi di dovermene andare domani a me andrebbe bene lo stesso. Perché il mio unico obiettivo è stato quello di non avere rimpianti e non ne ho avuti. Forse uno, ma è una cosa che ora non ti posso dire.
Impara a perdonare, soprattutto ora. Tra qualche anno potresti pentirti di non avere perdonato e sicuramente imparerai a farlo ma se riesci a farlo, oggi, ti assicuro che domani avrai un peso in meno sulla coscienza.
Ah, e impara a essere un po' più egoista. Se anche tu fossi un po' più egoista di come sei adesso, saresti comunque più altruista della media delle persone. Non mettere gli altri a proprio agio, metti te stessa a proprio agio, sempre. Ma se non ci riesci va bene lo stesso. La qui presente dice che hai fatto comunque un ottimo lavoro. Non farai carriera, non è nelle tue corde, anche perché la carriera (nella società) è misurata su una serie di parametri che non prendi in considerazione.
Ma se parliamo di altri parametri farai tanta carriera: sarai sempre circondata da persone che, in maniera del tutto inaspettata, ti ameranno. Ti chiedo solo di fare in modo che ti amino per quella che realmente sei, e non preoccuparti, provaci almeno, di chi non potrà farlo. Ti sentirai spesso sola, di una solitudine interiore che a volte cercherai tu stessa. Ma va bene, la solitudine ti insegnerà ad affidarti di più a te stessa.
Ah una cosa importante, sii sincera con te stessa. Per quanto sia possibile. La vita è una e (no, non sto morendo) qualcuno ti insegnerà che abbiamo una data di scadenza impressa che non possiamo vedere. Non possiamo sapere quando sarà, ma sappiamo che c'è.
Quando penso a questa frase mi verrebbe da dirti di divorare la vita ma non è davvero così. Se non hai voglia di fare niente, non fare niente. Se hai voglia di sprecare il tempo, sprecalo: basta che tu lo faccia con consapevolezza.
Non posso, per ora, dirti altro: rischierei di rivelarti cose che non posso. Ma sappi che comunque vada, la qui presente Carla 36enne è molto contenta di come sono andate le cose.
E ti rivelerò un altro segreto: in realtà in questa lunga lettera ci sono solo due importanti consigli, le altre cose le sai già e le hai applicate magnificamente in questi 20 anni.
Sii Carla, e tutto andrà bene.
Con affetto (e stima)
Carla.

Questo le scriverei, ma sapete una cosa? Lo scriverei, sì, poi lo straccerei, e lo getterei. Perché tutto sommato va bene così. E Carla ha fatto un buon lavoro, e continuerà a farlo.

19 gennaio 2018

Quando ero piccola

Quando ero piccola il mio libro preferito era "il grande atlante del mondo" del Reader's Digest. Un paio di anni fa ho comprato un atlante nuovo di zecca ma non era la stessa cosa. Quelle belle pagine lucide con le immagini dai contrasti forti non mi trasmettevano la stessa emozione di quel volume che sfogliavo per ore e ore. Il mio pianeta preferito? Giove. Lo chiamavano "Il gigante buono" e scrivevano che la sua enorme massa deviava gli asteroidi che passavano per quella traiettoria. Che bello, Giove. Che inconsapevolmente buono, Giove. Che meraviglia quel ciclone, quella macchia rossa. E poi un pianeta gassoso. Riuscite a immaginare un luogo in cui non si possono poggiare i piedi?

Quando ero piccola cercavo di capire se la vita che stavo vivendo fosse un sogno e se i miei sogni fossero la mia vera vita. Ho finito col diventare insonne. Dormivo molto poco e spesso mi svegliavo e giocavo col mio criceto.

Volevo bene a quel topo senza coda, mi avrà morso non so quante volte ma gli volevo bene.

Quando ero piccola non è vero che fosse tutto più semplice. Ero solo piccola di statura, ma comprendevo tante cose.

Magari avrei preferito non capirle.

Ora che sto diventando grande, perché proprio grande grande non sarò mai, mi piacerebbe essere piccola e occuparmi solo delle cose importanti. Di Giove, del mio criceto, e dei miei sogni che potrebbero essere veri.

Canzone del giorno: Wicked Game Chris Isaak


10 gennaio 2018

Focolai di proliferazione intraduttale con atipie di aspetto micropapillare

Ho dormito male ieri notte, ho fatto degli incubi in cui il mio endocrinologo mi anticipava il referto dell'agobiopsia e non solo era un (altro) cancro, ma aveva trovato anche una rara sindrome genetica che poteva essere la causa primaria di tutti i miei mali.

Bhe, non a caso ieri, nel primo pomeriggio, avevo la visita annuale dal mio endocrinologo.
La struttura in cui faccio le visite, il COES (Centro Onco Ematologico Subalpino) è stato, per una vita, sito all'ingresso di via Cherasco 15. Comodissimo.
Entri in via Cherasco e vai sempre dritto. Ma da qualche anno a questa parte lo hanno spostato, costringendomi ad ardue traiettorie. L'ospedale Molinette è un labirinto con indicazioni di difficile interpretazione!
Non mi do' per vinta. Passo dall'ingresso in via Genova, cerco il COES nelle indicazioni del tabellone all'ingresso principale di corso Bramante, seguo la traiettoria colorata di marrone, e TA-DAN.
Dopo solo 15 minuti eccomi!

Non ricordo mai cosa devo fare. Venendo qui una volta l'anno il dubbio amletico è: prendere o no il numero? Sedersi e aspettare? Annunciarsi in qualche dove?
Mi siedo e aspetto.

L'anno scorso il mio medico storico era affiancato da un dottorino giovane e un po' troppo volenteroso e presente. C'è un termine ma non mi viene, e quindi accattatevill'.
Appena mi vedono esordiscono "Colombo, venga pure".

Entro in saletta, mi siedo e il mio medico storico comincia: "Abbiamo il suo citologico, glielo avevamo detto?"
"No"
Il sogno voleva dirmi qualcosa.

"Allora l'esito glielo anticipo, in sigla si dice B3, vuol dire che purtroppo dal citologico non sono riusciti a stabilire cosa sia. Diciamo è un risultato dubbio, quindi bisogna indagare un po' meglio: glielo anticipo subito, quasi sicuramente le faranno una biopsia chirurgica come l'altra volta"
"Una biopsia escissionale?"
"Sì, più che altro per capire cosa sia"
Lucciconi. Ok, Carla, riprenditi.

La mia mente prosegue, faccio domande. Nel caso dovesse essere qualcosa di negativo? Asporteranno il seno? Che terapia faranno?
Si mantiene sul vago, dovrà decidere la senologa. Intanto io sarò ricontattata per programmare la biopsia.
"Vorrei essere operata dallo stesso chirurgo dell'altra volta, mi aveva fatto un bel taglio"
"Ah il dott. Coluccia, eh mi sa che in questi giorni (proprio in questi giorni) sta andando in pensione"
Che fortuna, penso.

Proprio non ci voleva un'altra biopsia, sullo stesso, già martoriatino, seno. Già piccolo, già sfortunato.
Già tagliato.

Sono a terra.

Procedono con la visita solita.
"Quanto pesa?"
Stavolta lo so, e rispondo come alla domanda di un esame che viene fatta da anni e alla quale hai sempre risposto - non lo so -. "45 circa"
"Ah" dice il dottorino "è un po' sottopeso, pesa molto meno rispetto all'altra visita"
"Va bene così"
"Mi faccia controllare i linfonodi, si tolga il vestito e si metta sul lettino"
E qui il dottorino ha rischiato male la vita. Mentre mi spoglio, per riempire l'imbarazzante silenzio, dico "Ci metterò un po', mi vesto a strati, sa, il freddo..."
"Ah ecco, infatti a prima vista NON MI SEMBRAVA COSÌ MAGRA"
Quei momenti in cui vorresti un lanciafiamme.

I linfonodi vanno bene, dice. Ma lo so. Gli esami del sangue sono perfetti e il mio medico storico dice che il fatto che gli antigeni del cancro siano nella norma è un'ottima cosa. Mia domanda: "Ma non sono gli antigeni del cancro all'utero?"
"... [silenzio imbarazzato] sì, anche" 
Non ce provà a fregarmi che m'informo, cristosanto. Col seno han poco a che fare mi sa quei due antigeni.

"Fuma?"
"No"
Mi sono stancata di dire che fumo la pipa in media una volta al mese e che non si aspira. Così, no, non fumo.

"Va bene, il quadro generale è molto buono. Solo il TSH è un po' ai limiti ma non voglio aumentarle la dose di Eutirox a 75 microgrammi tutti i giorni. Poi è così magra. Facciamo allora 75 microgrammi 5 giorni a settimana e 2 giorni a settimana 50 microgrammi."
Se ora era facile ricordarlo, perché i giorni pari sono 50 microgrammi e i giorni dispari 75, l'idea di prendere 50 microgrammi lunedì e giovedì e 75 i restanti giorni sarà parecchio dura. Vediamo.

Mi fanno attendere per l'ecografia alla tiroide. Il dottorino ecografista bello che qualche anno fa era ancora più bello controlla le mie precedenti ecografie al computer, accanto a lui il mio endocrinologo che lo avverte "Ora siamo un po' più incentrati sulla mammella, purtroppo ai tempi le terapie erano quelle che erano, abbiamo un B3 in Q2 sul seno destro. Ha fatto 36 Gy a mantellina a 13 anni, gli anni dello sviluppo"

"La solita fortunella, eh?" Dico sorridendo.

Prima che pensiate stiano giocando a battaglia navale, traduco: B3 è la sigla di cui sopra, il referto dubbio del citologico. Q2 la posizione del nodulino nel seno. I Gy sono i Gray, se posso usare termini non tecnici, l'unità di misura delle radiazioni usate sul mio corpo ogni giorno per più di un mese, per la prima radioterapia. 36 Gy equivalgono a 30 radiografie fatte tutte insieme ogni fottutissimo giorno. Mantellina è un termine così docile ma indica la zona irradiata, ovvero TUTTO il torace.

Mi fa di nuovo svestire e rimango in canotta, mi sdraio sul lettino per fare l'ecografia.
Si posiziona alla mia sinistra "Quel teschio, devo dire, un po' mi inquieta" parlando del mio tatuaggio
"Sì, l'ho fatto apposta per gli ecografisti".
Ride.

La situazione della tiroide è invariata. È sempre minuscola e i nodulini? Sono tutti lì, stanno bene e sono invariati. Meno male, mi sarebbero mancati.

Mi danno il referto dell'ecografia e il solerte dottorino (ecco "solerte", prima non mi veniva il termine) mi ricorda di passare venerdì mattina a ritirare il referto dell'agobiopsia al reparto di senologia radiologica e chiedere della dottoressa Mariscotti.
E che sarò contattata per la biopsia.
E io invece, in un altro mondo, assolutamente fuori da ogni controllo, vorrei solo riuscire a piangere a dirotto.

Canzone del giorno: Mama, I'm coming home Ozzy Osbourne

05 gennaio 2018

Capodanno in Family e di altre cose

Non avete idea che gioia essere stata invitata dalla Family di Cömo per festeggiare capodanno tutti insieme. Mi mancano, mi mancano tanto. È vero, qui a Torino ho tante persone e amici che frequento, mi sto costruendo piano piano una mia realtà. È più difficile vivere una quotidianità con un gruppo di amici perché sono piccoli gruppi scollegati tra loro che però avrei piacere di unire.
Ecco perché l'altroieri sono uscita insieme a persone in apparenza scollegate tra loro ma con molto in comune (e mi pare ci siamo trovati tutti bene, confido in altre divertenti uscite).

Ma torniamo a capodanno.
L'idea era quella di una serata tranquilla da Flavio e Tahio, dove Alvaro e AlessanFro (detto kebab per i motivi che spiegherò) ci avrebbero raggiunto.
Fare un falò tranquilli e una bella grigliata. Il freddo non ci ha fermati, la pioggia non ci ha fermati, anche se AlessanFro si girava in continuazione per scaldarsi il davanti e il retro (ecco perché "kebab") e si lamentava in continuazione del freddo. Sì, faceva freddo, sì pioveva. Tutti lo sentivamo, ma in quel fuoco in cui io vedevo un anno passato da abbandonare, scaldava più di quanto potessi immaginare.
La serata è stata tranquilla ed è proseguita in casa giocando a Cards Against Humanity (Cards Against Humanity is a party game for horrible people), un gioco di cattiveria e perfidia in cui io perdo sempre, non perché io non sia perfida e cattiva, ma l'inglese mi frega. Maledetta linguaccia.

Tutti abbiamo espresso desideri che non abbiamo rivelato, ho ricevuto tanti auguri copiaincolla da Whatsapp e ho risposto con altrettanti auguri stizziti in cui rivelavo in modo ironico che questo tipo di augurio non era gradito.
Se mi stai pensando, pensi a me, e scrivi a me. Se sei troppo pigro per farlo, non farlo.

Eravamo già un po' distruttini dopo mezzanotte e così verso le 2 siamo andati a nanna e io il giorno seguente sono ripartita. Un po' il raffreddore, un po' anche il desiderio di rientrare, un po' il fatto che viaggiando con i treni lenti ci metto minimo 3 ore.
Ma sono tornata in quella che ora identifico come casa, seppur condivisa, seppur vivendo in un minuscolo stanzino.

In tutto questo sono rientrata su Facebook, che avevo cancellato il mio account. Chiedo poche amicizie ma me ne arrivano tante e Med non mi conferma l'amicizia. Sarà che il nome non è il mio?

Forse Med è una delle poche ragioni per cui sono tornata, dato che non ho altri mezzi per rintracciarlo.

Comunque.

Torno e ci mettiamo d'accordo per andare al MEF: io, Vale, Lys e il sardosabaudo. Vale però non può, così siamo in tre e andiamo a vedere la mostra sui Tarocchi: molto bella.

Proseguiamo poi andando al bar sardo, dove beviamo un paio di bicchieri e mezzo di Nepente (un cannonau) e infine al Pastis dove non posso non prendere il pastis. La compagnia che si è creata è davvero mitica e mi piacerebbe poter passare altro tempo insieme. Così progettiamo di andare a una serata frocia al bar dei froci (mi permetto di dirlo ma non posso spiegarlo), e di andare a una serata kinky. Perché no, magari anche al centro sociale. Questa unione di menti così diverse mi stimola.

Il giorno dopo mal di testa e nausea. Ma cavoletti, possibile che io non regga così tanto da stare male dopo aver bevuto così poco?
Un goccio di caffè che pare faccia passare il mal di testa e niente, vomito.

Peccato che alla sera il water sia diventato mio amico, così penso di aver preso quella terribile forma influenzale che sta girando ma nonostante tutto, i rumori della mia pancia (che continua a mormorare GluGlu), la sensazione di pienezza di stomaco e via dicendo, FINORA non è successo nulla.

Mi drogo di fermenti lattici e vediamo, magari scopro di avere il fisico (se se come no) più resistente di quanto possa credere.

Nel frattempo manca una settimana per ritirare il referto, incrociamo le dita e speriamo che non sia niente.
Ora, perdonatemi, ma corro alla toilette.