22 aprile 2018

Dadocritico e Bambinaborderline
Due blogger si incontrano
parte prima

Qualche giorno fa ricevo una strana email, ehi, qualcuno ha commentato un mio post.
Ora, quando aprii il mio blog nel 2006 lo pubblicizzavo un po' ovunque e avevo un sacco di lettori attivi. Commentavano, qualcuno mi scriveva anche in privato, con qualcuno sono nate anche amicizie.
Da quando ho conosciuto Roccio molti ometti sono spariti, il che mi ha fatto fortemente dubitare sulla genuinità delle loro intenzioni e i commenti sono diventati praticamente inesistenti.
Ora niente, il nulla.
Ma ho ricevuto una email.
Qualcuno
Ha
Commentato
Il
Mio
Blog!

Vado a leggere e riporto:
Spero che torni un po’ il sereno su di te, Carla.
Che le cose si aggiustino.
Si aggiustino in modo rocambolesco.
Tipo un medico radiato dall’albo che si faccia strada fra gli altri medici “Permesso, fatemi passare” e che entri in stanza e ti somministri un cocktail di farmaci di sua invenzione, un istante prima dell’arrivo delle guardie.
Che il dottore sia imprigionato in una fortezza su un’isola.
Dopo averti somministrato il sereno.
Ti leggo.
Ciao
Andrea
E sono una persona che visualizza molto quindi se da una parte mi sono commossa, dall'altra ho riso tanto perché ho immaginato questo medico ragazzotto con camice che sventola, mentre corre, e io sdraiata in un lettino di ospedale per una consueta visita e lui che viene trascinato via a forza dalle guardie. E io che sorrido, serena.

Sono, indubbiamente, curiosa. Vado a leggere il suo blog. Dadocritico.
Scrive bene, cazzo. Ed è anche barbuto. Penso che ormai lo saprete, ho un'innata simpatia per le persone barbute (uomini o donne con problemi di ipertricosi). Dal Roccio che considero ancora come uno degli uomini più buoni che io abbia conosciuto, a Gigi con un pizzone notevolissimo, ad, appunto, Andrea Dado. Ma non disdegno barbe più corte. Credo di aver fatto un'associazione mentale tra la barba e la bonarietà, forse associazione nata ben prima di Roccio, in una notte a guardare le stelle con uno sconosciuto rude come un camionista rumeno con la quinta elementare e strafatto di birre ma buono come il pane. E con la barba, naturalmente.
Lo cerco su facebook, seguo la sua pagina, mi chiede l'amicizia e ci scriviamo.
Scopro quindi con stupore che mi segue dal 2006, una presenza silenziosa ma costante, mi dice innumerevoli belle cose su come scrivo. Premetto, non mi considero una scrittrice: questo è un diario, per me. Non sarei in grado di creare una storia, con un intreccio e tutte quelle cose bellissime che ti insegnano alle superiori e che tu fai solo finta di imparare, tanto chissenefrega.

Ma mi fa sentire estremamente brava anche se so bene che tutto ciò che scrivo non è strutturato, ma è davvero quasi un flusso di coscienza.
Mi chiede se possiamo prenderci un caffè, una volta. Ma certo!
Ho intuito sulle persone e Andrea Dado mi ha fatto subito un'ottima impressione. Di quelle che senti quando incontri una persona molto compatibile con cui vorresti stabilire un'amicizia. Ma soprattutto perché mi conosce e perché nonostante tutto quello che scrivo e le mie paranoie e i mie problemi, decide comunque di conoscermi. Conscio che potrebbe essere seppellito da una valangata di Carla.

Il giorno della visita, dell'istologico negativo per cui in un momento molto bello, decidiamo di vederci in un anonimo chioschetto al parco Ruffini.
Io arrivo presto, per cui mi sfango su una panchina a leggere quando (e perché mai non dovrebbe accadermi qualcosa di buffo proprio oggi?) una signora si ferma in piedi davanti a me. La vedo con la coda dell'occhio e alzo lo sguardo che inequivocabilmente le dice "Ha bisogno di qualcosa?". Senza che io proferissi parola mi chiede di farle una foto.
Però al sole.
Però a figura intera.
Però si deve vedere bene la faccia.

Le dico che il sole è molto forte, forse è meglio fare delle foto all'ombra. Insiste.
Le dico che sono fotografa e il mio consiglio resta quello di fare foto all'ombra.
Insiste.
E io desisto.
La piazzo davanti a un muretto con mattoni a vista e le scatto una foto col suo cellulare. Le dico che a figura intera il volto non si vedrà benissimo.
Insiste.
Guarda la foto e mi dà ragione.
Le propongo un primo piano ma sempre all'ombra. Insiste col sole in piena faccia.
Desisto.
Guarda la foto. "Ma sai che forse è meglio all'ombra?".

Per fortuna desiste lei, e poi è quasi arrivata l'ora X, io vado, ciccia. Tieniti la tua foto con la fronte aggrottata e gli occhi semichiusi per il troppo sole. Io ho da fare. [continua...]

21 aprile 2018

42

Mercoledì è andato tutto bene. Ma tutto tutto, a partire dal numero che mi han dato in sala di attesa.

La risposta al significato della vita, all'universo e a tutto quanto.
Ho deciso di tatuarmelo, sperando che sia di buon auspicio per il futuro. Ma chi cazzo ci crede al buon auspicio?
In attesa l'infermiere M mi parla del nuovo ordine mondiale. Non ho voglia di starlo a sentire oggi, così gli dico che mi sembra proprio una cosa complottista. Niente, inarrestabile. "Ma no, perché tu pensi che sia una fuffa da internet, ma tu devi informarti perché blablablabla e poi questi qui hanno anche fatto blablablabla perché non sai che blablablabla".
In genere rispetto le idee degli altri anche se molto diverse dalle mie. Se sono molto diverse o per me incompatibili, continuo a tenere cari i miei pensieri in una sorta di fortezza. Se l'altra persona è decisamente ostile a rivedere i propri pensieri e usa una fortezza simile, io non sarò certo la persona che abbatterà quelle barriere, soprattutto se è una persona a cui non voglio ancora bene.
Mi sono spiegata? Forse no ma stamani non ho le idee molto chiare sul significato della vita, sull'universo e tutto quanto.

in viaggio per l'ospedale

Così annuisco "Va bene dai, passami i titoli di questi libri"
"No, perché sai noi menti superiori dobbiamo istruire gli altri, che hanno nella testa i criceti sulla ruota, capito? Dai, poi passi a salutarmi prima di andare via?"
"Va bene"

Chiamano il mio numero, il cuore batte forte.
Se vi sembra esagerato, vi posso dire in tutta sincerità che lo è. Ma mettetevi nei miei panni, se vi riesce. In tutta la mia vita ho sempre ritirato biopsie infauste. Il ritiro di un istologico per me è sempre stato il segno della croce che può farsi un satanista, una cosa assolutamente fuori luogo, incredibile, fantastica in senso negativo.

Entro nella sala visita dove il medico, a quanto pare il boss, esclama "Ma questa non è una mia paziente, è una paziente della dottoressa Volpe!"
"Ehm no, io dovevo venire giovedì dalla dottoressa Volpe ma non potevo, così mi hanno detto di venire oggi da lei. E poi in realtà sarei del dott. Coluccia che è in pensione, quindi non sono di nessuno"
"Ah bene intanto posso dirle che non ha niente!"

Lo esclama con un tono di voce assoluto, nessuna possibilità di errore. Non ho niente.

Davvero? Io? La ragazza (ormai donna) dei tre tumori?

Mi metto la mano aperta sul cuore, faccio un sospiro che per me dura diversi secondi ma probabilmente è stato un istante. "Davvero? Lei non sa che bella notizia mi sta dando!"
Forse è vero, non lo sa davvero. Immagino le sue giornate a recitare facce tristi o esclamazioni felici a seconda delle pazienti e degli istologici ma in quel momento, seppur inconsapevole di averlo fatto, mi aveva ridato i 10 anni che avevo perso in questi mesi.

"Deve solo fare i controlli mammografici annuali, questa è la copia del suo istologico"

Gli dico che dalla sala medicazione mi hanno consigliato di fargli vedere la mia ferita, che ancora non è guarita.
"Si sdrai"
L'infermiera mi spacchetta il seno, do' un occhio anche io e in effetti la vedo molto migliorata. Ha l'aspetto e le dimensioni della Grande Macchia Rossa di Giove ma per lo meno non sanguina. Vedo che è meno rossa delle altre volte e anche il medico mi conferma che è una bella ferita (sulla definizione del concetto di "bello" abbiamo pareri discordanti, ma non mi metto a discutere con lui). Mi dice che vanno bene le fitostimoline, non devo usare più AquaCell, posso medicarmi da casa senza stare a venire in ospedale. "Fino a che non si forma la crosta?"
"Esatto"
"Ah, senta posso smettere di usare questi reggiseni sportivi che non li sopporto più e mi schiacciano tutta?"
"Bhe, se avesse 5 chili di roba le direi di continuare a metterli, ma direi che può farne a meno"

Esco con le lacrime agli occhi, incredibile. Penso che sia davvero incredibile. Mi guardo attorno attendendo le cavallette e la luna rosso sangue, come minimo. Ma niente, c'è un bel sole.

Scrivo a chi sapeva dell'intervento, scrivo a chi sapeva dell'istologico e a chi non sapeva. Scrivo al mio amico Ninja e gli chiedo se è in libreria. Lo vado a trovare, mi scrive "Così piangiamo insieme".
Lo abbraccio forte, lui sta ancora combattendo e le conseguenze del suo devastante intervento si fanno ancora sentire. Si sfoga, lo ascolto, gioisce con me e ci salutiamo, dopo esserci raccontati un po' del nostro gossip.



Sono passati alcuni giorni ma a scrivere queste cose ho ancora un po' i lacrimoni. Non mi sembra vero ma sono comunque felice di essermi preparata al peggio. Che le belle sorprese sono sempre le migliori.

Il pomeriggio ve lo scriverò con calma, perché ho conosciuto una persona davvero speciale e non voglio che le venga rubato spazio. Perché è giusto che una giornata così bella si concludesse con una bella persona.

18 aprile 2018

Giovedì

Sono convinta che oggi sia giovedì, il mio cervello ha saltato un giorno. Così convinta che ho preso anche il dosaggio di eutirox del giovedì.
Stamani, rinviando la sveglia, cercavo di indovinare il meteo odierno.
Suona la sveglia.
Spengo.
Potrebbe esserci pioggia.
Sogno.
Suona la sveglia.
Spengo.
Ma magari è solo nuvoloso.
Sogno.

E fu così amica pulcetta mia che ti ho sognato. Passeggiavamo di sera a Bologna e stava diluviando. Parlavi a bassa voce in tono serio, con il cappuccio della giacca che ti copriva mezzo volto. Pioggia così forte che anche il mio giacchino da montagna era zuppo. Non sentivo l'armonia e la musicalità della tua voce e le tue belle risate.
E nella folla per un attimo ci siamo perse, ma solo perché eri andata a prendere, per me, un biglietto del bus, per non so dove volessimo andare.
Io ero con delle persone. C'era un ragazzo che mi piaceva quando facevo le scuole medie, Alberto O.
Quando ero piccola sapevo che lui ascoltava una determinata radio e io la ascoltavo a casa. Un giorno ho sentito una sua richiesta radiofonica e l'ho registrata su cassetta. Era un bravo ragazzo Alberto O, doveva subire anche le angherie degli altri ragazzi perché lo "scarrafone" lo tampinava.

E pioveva, ed era buio.
Oggi devo assolutamente comprare la rafia e la nipagina per allevare le drosophile.
Che è già giovedì.

17 aprile 2018

La motivazione

Non mi bastava essere incasinata con la salute: ho dovuto cercarmi ben due lavori.
Sono tornata in un'azienda presso cui lavoravo (pensavo erroneamente nel 2006 e invece) nel 2007-2008. Mi trovavo bene ma la mole di lavoro era tanta e appena ho trovato altro mi ci sono fiondata.
Ma a volte ritornano.

Per questo lavoro ho fatto un corso di formazione full-time di 5 giorni, quindi per una settimana ho abbandonato l'altro lavoro.

Da ieri al mattino faccio il lavoro nuovo nella vecchia azienda, e al pomeriggio il lavoro che non ho ancora capito quanto mi pagheranno.

Nelle mie allegre scorribande in ospedale ho parlato con M l'infermiere con cui ci siamo scambiati i numeri e che mi ha invitata a uscire, senza impegno (e gli credevo, stranamente, fino a quando non mi ha detto che se avessimo fatto troppo tardi e abitando io dall'altra parte della città potevo restare a dormire da lui e lui avrebbe dormito sul tappeto, o sarebbe rimasto a dormire lui sul mio tappeto e quindi mi sono chiusa a riccio) al quale ho chiesto "Ma che fine ha fatto il mio istologico?".
Alla fine mi sono operata il 26 febbraio. Lunedì era il 9 aprile, mi sembrava che fosse passato abbondantemente il tempo massimo per saperne qualcosa. Così mi dà un altro numero da chiamare. Era lunedì mattina prestissimo. Per non perdere nemmeno un minuto di corso, due volte alla settimana sono andata in ospedale alle 8 del mattino. Quindi uscita da casa alle 6.30 del mattino.

Una volta al corso ho chiamato il numero e mi hanno comunicato che non c'era ancora nulla ma che avrebbero cercato e mi avrebbero chiamata. E il giorno dopo eccoli (che, si stavano perdendo il mio referto?).

Mi hanno chiesto di passare da loro giovedì per il ritiro dell'istologico e la visita ma non potevo perdere nemmeno un'ora al corso e così ho chiesto se avevano spazio in un altro momento. E domani è il giorno X. Pare che mi veda uno dei capocci del reparto.

Non saprei dire se sono spaventata. In ogni caso sarò arrabbiata. Se non è niente dovrò accettare il fatto di aver subito un intervento al seno (con una ferita ancora aperta e tutte le conseguenze del caso) per nulla. Se è qualcosa dovrò accettare di avere (ancora qualcosa). In ogni caso al momento io la vedo come una sconfitta. Minore nel primo caso, certo. Ma.

Ho tante piccole novità belle o brutte che siano. Le mie piccole ferite al cuore non si stanno riemarginando.
Una persona ieri mi ha ridato motivazione a scrivere, ma sarò sincera. In verità sono un paio.
Ed è strano che siano capitate la stessa sera: evidentemente avevo bisogno di più motivazione possibile, anche se il solo commento al mio precedente post è stato sufficiente a farmi capire che ci sono cose che non ha senso mollare.

Mi sono un po' commossa perché pensavo non passasse più nessuno da queste parti. Una volta pullulava di persone che presto o tardi sono spariti. L'avvento dei social, la mia non continuità, gli argomenti sempre più cupi, o magari nulla di tutto questo.

Ho dei nuovi esserini a tenermi compagnia. Due ragnetti salterini (Phidippus regius) e una lumaca gigante africana che però è di mia mamma (l'ha chiamata Debra). Ah e una quantità di Drosophila da dare da mangiare a tutti i ragnetti salterini del pianeta. Tutti presi a EntoModena questo weekend.

Non contenta e dato che ho due lavori (oggi ho controllato il conto in banca, è stato un Ohhhh che bello è arrivata parte dello stipendio di un lavoro. Ohhh ma è arrivata anche la carta di credito e sono sotto di 33 euro) mi sono presa un obiettivo macro vintage (in realtà l'obiettivo macro: un kiron 105 mm 2.8) al comodo prezzo di 239 euro etipassalapaura ma ne avevo bisogno. Voglio fare delle foto ai miei ragnetti ed è ripartita la frustrazione del "ora che lavoro e non ho più tempo almeno spendo i soldi".

Ah e visto che oltre ai soldi mi avanzava del tempo (sono ironica ovviamente) mi sono iscritta a un corso online sul Web Design. Non si sa mai nella vita, tanto ho capito che con la fotografia ci posso fare poco, ho un carattere di merda. Intanto cerco di rientrare nella grafica dalla porta di servizio.

In più, l'azienda vecchia che mi ha dato il nuovo lavoro chiude ben tre settimane ad agosto. È ripartito il trip del viaggio in solitaria ed ero partita con l'idea del Laos, ma è un viaggio che non sento mio. Non so spiegare, ma è una cosa molto chiara in me. Il Madagascar l'ho cercato, l'ho voluto, l'ho atteso per 10 anni. L'ho studiato piano. Era partito con l'idea dei camaleonti che volevo vedere in natura. Poi è diventata curiosità verso il luogo, le persone. Verso la natura, verso i problemi.
Non so niente del Laos, se non qualche spezzone del libro di Terzani Un indovino mi disse. Bello tralaltro, eh?

Quindi ci penso ancora un attimo anche se agosto è dopodomani, praticamente. Vorrei tornare in Madagascar anche se so che ci sono tanti altri posti da vedere. Però il Madagascar è stato l'unico posto da cui non volevo ripartire per tornare a casa. È l'unico posto che mi fa venire i lucciconi se ci penso, più dell'Australia, con i suoi canguri e i wallaby e gli aborigeni che fanno la spesa scalzi al supermercato e l'odore di eucalipto ovunque.
Madagascar non è Africa ma è Africa. È una costola piena di tribù diverse, animali diversi, piante diverse. Madagascar è camaleonti e insetti stecco, Baobab e lemuri.

Io non sono certa di voler andare in altro posto se non quello, e girare nuove zone, magari cercando l'Aye-aye nell'unica zona dove può ancora essere avvistato. E sentirmi un po' esploratrice come nei miei sogni di bambina, quando guardavo i documentari quelli di una volta fatti bene e sognavo di fare quello: viaggiare e stare con i miei animali. Che i miei amici immaginari sono sempre stati animali, mai umani. E spiegare alle persone come è fatto quel fantastico mondo così lontano e così vicino. E l'africa dalla vegetazione gialla e secca, e il deserto di sabbia, e i serpenti squamati, e i koala dolci.


Canzone dei giorni: Amen Dunes Satudarah

   

Questa canzone (e tutto l'album) mi accompagna nelle mie copiose letture di questo periodo. Leggo sul bus, leggo mentre corro da una parte all'altra della città, leggo a casa a letto, a volte leggo camminando per la strada, rischiando la vita. Leggo in pausa, fosse anche per 10 minuti. Non ho più tempo per la vita sociale, che già stava diventando (per mia scelta, eh?) pressoché inesistente, e nemmeno per film e serie. Come farò quando riprenderò a suonare? Mi porterò l'ukulele per strada? Magari sì, e ci guadagno anche qualche soldo.

09 aprile 2018

Sono in stazione e aspetto un treno. Se sia in ritardo o se sia stato cancellato non mi è dato saperlo. Incontro lì una ragazza: è alta, magra, ha i capelli corti castani e gli occhi grandi, una pelle molto chiara. È carina, e non mi soffermo a parlare con lei. Devo andare via.

C'è gente un po' strana in giro, ricordo di aver pensato che dovevano essere usciti da un manicomio, ben conscia che i manicomi non esistono più; uno aveva anche un camice bianco. Prendo delle scale che mi permettono di vedere la stazione un po' dall'alto. E noto che questi personaggi strani camminano "sopra" i treni fermi e temo che si vogliano buttare di sotto. Ma sono forse lontana per richiamare la loro attenzione e noto che questa ragazza è anche lei, ora, in una posizione in cui può osservarli. Le faccio dei gesti per indicarle i due personaggi in questione che sono sempre girati di spalle e lei mi fa cenno di stare tranquilla. Usciamo insieme dalla stazione e incontriamo due mie amiche. Non ricordo chi siano perché ora sono concentrata e presa dalla mia nuova amica. Tant'è che camminiamo seguendo quest'ordine: io davanti con lei e le mie due amiche dietro.

Mentre camminiamo mi mostra un sacchetto che aveva con sé. Ci sono dentro un paio di autoreggenti, dice di volermele regalare. Forse mi sarebbero state grandi ma dico che non importa. Sono particolari, una è di colore grigio e l'altra è (guardacaso) rossa. La ringrazio e non vedo l'ora di tornare a casa a provarle.

Arriviamo in piazza Campanella, è nella mia vecchia zona: mi piaceva abitare lì. Ci sediamo su un gradino fuori da un negozio e cominciamo a parlare. Io però sono in ansia. Guardo l'orologio e sono le 19.13. Alle 20.30 devo fare qualcosa, ma ora non ricordo cosa: forse arrivi tu, non ricordo. E in tutto questo devo comunque prima tornare a casa, provare le calze, vedere come stanno sotto il mio vestito nuovo, mangiare.

Le guardo ancora, hanno qualcosa che non va nel bordino, ma poi lei mi spiega. Il bordo va ripiegato verso l'esterno. Così si possono vedere i fiocchetti.

Saluto tutti con una scusa e vado via, però mi spiace e sono un po' gelosa di lasciare la mia nuova scoperta con i miei vecchi amici, così torno, ed esclamo "Va bhe, dai resto!".

RagnoB, ora entri in gioco tu, amica mia.

Vengo a casa tua, dopo questa scoperta e questo regalo. A casa tua c'è la ragazza di tuo fratello che lo aspetta, sconsolata, dal giorno prima. A quanto pare si comporta con lei da maschio alpha. La lascia a casa con tua mamma mentre lui va via per giorni. Mi ricorda qualcuno.

Ci presentiamo e ti mostro le mie belle calzette e ti dico che devo assolutamente provarle. Tu parli a bassa voce e mi dici che in quella casa il silenzio è da rispettare, perché siete un po' particolari. Accendo la tv e anche se il volume è basso, non posso abbassarlo ulteriormente con il telecomando. Abbandono la missione e spengo.

Mi provo queste benedette calze e sono carinissime MA una è più "alta" dell'altra. Per inciso la calza rossa arriva poco sopra il ginocchio e sembra più una parigina mentre la calza grigia arriva a metà coscia. Ragno B, mi guardi e decreti che "è così che deve essere". Nel frattempo arrivano due donne, una delle due è sicuramente la mamma della ragazza di tuo fratello ma non riesco a capire chi sia, e in questa confusione di volti non riconosco nemmeno tua mamma. Poi, una donna si avvicina per presentarsi e mi fa un saluto da ragazzina, alla "bella lì, come butta?". Mentre loro vanno nell'altra stanza, noto che sulla forma del piede della calza (e in quel momento le ho indosso) c'è scritto qualcosa come "donne calze, collezione costosa". E penso che sia strano che una perfetta estranea me le abbia regalate.

E poi le donne in casa mi rivelano che quel tipo di calze in quella casa non sono ben accette.

Ma non sapremo mai come è andata a finire la diatriba perché la sveglia ha suonato e l'unica cosa che mi è rimasta in testa è la questione delle calze: riuscirò a trovarne un paio simile nella realtà?

24 marzo 2018

Dissociazione cognitiva

La mia ferita non poteva aspettare e sabato 17 era nuovamente piena di siero. Ma sabato il reparto è chiuso.
Avevo già chiamato il giorno prima per qualche gocciolina sospetta ma mi avevano detto di non preoccuparmi, qualche gocciolina è normale.

Sabato non sapevo cosa fare, ma non volevo andare al pronto soccorso, temevo facessero peggio. Così sono andata in farmacia a comprare dei cerottoni per rimedicarmi, ovvero togliere il cerottone garza sopra, lasciando gli sterilstrip sotto, e rimettere un altro cerottone.
Lunedì sono tornata, stessa scena della volta scorsa, l'infermiera chiama una dottoressa perché una volta spacchettata, nella zona in cui prima c'era una crosta abbastanza spessa c'è una sorta di liquido giallo verdastro che a una prima occhiata sembra pus.
La dottoressa dice di non preoccuparmi, a volte succede, è fibrina e viene prodotta per riparare i tessuti ma impedisce la cicatrizzazione, bisogna toglierla.
Prende un bisturi, una pinza e armeggia. Sento tirare e non troppo dolore ma quando la leva rimane un buco. Profondo.

Da sdraiata non riesco a vederne la profondità ma i margini non sono belli. Sarà un ovale lungo due cm e largo un cm. Mi richiude con gli sterilstrip e mi impacchetta esattamente come il dopo intervento.
Chiedo della cicatrice, se rimarrà brutta "Ma no, usiamo apposta gli sterilstrip che chiudono bene i margini della ferita, purtroppo a volte accade. Ha mai avuto problemi con i punti?"
No mai avuti, e sono stata tagliata tante volte.

Dovrò tornare giovedì 22 come stabilito.

Torno giovedì che il pacchettone fatto dalla dottoressa era quasi tutto scollato, ma l'ho riparato alla meno peggio con un rotolo di cerotto trovato in casa e col seno compresso da un reggiseno sportivo. Così mi hanno consigliato.

Le solite domande: chi l'ha operata, quando, ecc ecc

Faccio notare che è rimasto un punto ed è strano, sono punti riassorbibili, così decide di toglierlo, però nel momento in cui lo tira via, parte del filo che riconduce a quel punto è interno e tirando viene in su un pezzo di carne del "dentro" la tetta. Meno male solo sdraiata. "Non guardi!".

Chiama un medico esclamando "so già cosa fare!".

Il buco è sempre lì. Se la ferita fosse a sinistra potrei dire che è il mio cuore che sta sanguinando e potrebbe non essere sbagliata come affermazione, ma è a destra. Mai una gioia.

Arriva il medico, lei dice "Con un'altra signora che aveva la stessa cosa ho usato le fitostimoline, ci vuole un mesetto ma si sistema"

"Non mi mettete gli sterilstrip?"

"No signora" dice il medico "la ferita deve guarire in profondità. Se lo chiudiamo ora, si riparano i margini ma sotto resta aperta. Deve venire in su".

Che cosa intenda con quel Deve venire in su è tutto un programma. Ma ho già le lacrime agli occhi. Senza che possa dire niente incalza "Purtroppo rimarrà una brutta cicatrice".

"Che fortuna eh?"

"Io preferisco essere chiaro con le pazienti, purtroppo sarà evidente"

Ormai ho gli occhi pieni di lacrime ma cerco di trattenermi come meglio posso. L'infermiera mi dice che molto dipende dal trattamento che farò dopo.

Mi dice che per questo tipo di medicazione dovrò essere in ospedale due mattine a settimana quindi mi ridà appuntamento per lunedì e giovedì.
Esco e resto seduta ancora un po' in sala d'attesa, che poi non è una sala d'attesa, è solo il corridoio davanti alla porta, a testa bassa.

Esco dal reparto a testa bassa, prendo il bus e ho gli occhi ancora gonfi di lacrime che però tengo, come un segreto che però faccio fatica a non rivelare.

Arrivo a casa di G e piango, piango di un pianto che non mi capitava da quando ero piccola. Piango e non riesco a smettere. Mi prepara un the e due muffins e guardiamo "Hot shots 2".
È una riparazione momentanea ma funziona, riesco ad andare al lavoro nel pomeriggio.

E lo so cosa pensate, è solo estetica. Ma non è una questione di estetica, è una questione di integrità fisica. Non riesco a fare in tempo ad accettare un piccolo problema che se ne presenta un altro. Avete presente quando in un film un uomo è a terra perché gli hanno appena sparato? Ecco, a fatica cerca di rialzarsi ma il cattivone gli spara di nuovo. Cade nuovamente ma non si perde d'animo, a fatica cerca di sollevarsi sulle braccia per strisciare, ma un altro colpo lo stende di nuovo.
Mi sento come sotto una raffica di piccoli proiettili (e deve ancora arrivare l'istologico).

Oggi vado a Genova, è una piccola gita di un giorno ma ho bisogno di staccare dalla mia stanza. Ho degli amici dolcissimi che vorrebbero starmi molto vicino ma per il carattere di merda che ho, questa vicinanza ha il risultato opposto di farmi sentire soffocata.

Così mi isolo ma consapevolmente, sapendo che ben presto anche loro si stancheranno di questo mio atteggiamento. La verità è che di solito sono più brava con queste cose, ma sono anche un po' stanca.
E in tutto mi sono innamorata proprio di una persona di cui non avrei dovuto.

15 marzo 2018

Il mio siero (della rottura di cazzo)

Qualche giorno fa al mattino, al centro dello sterno, ho visto delle goccioline di non so cosa.
Su internet pare che a volte si formi del siero sotto la ferita ed è assolutamente normale: quello che non mi è parso normale è stato svegliarsi ieri mattina con la garza completamente impregnata di questo siero.
Così ho chiamato l'ospedale e mi hanno detto di andare.

La ferita tralaltro mi pareva ancora aperta, un po' di crosta stava andando via ma sotto sembrava slabbrato, non so come spiegarvi. In ospedale hanno massaggiato fino a fare uscire tutto il siero e in effetti alcune aree che mi parevano più gonfie si sono sgonfiate. I margini della ferita non erano bene adesi, negli strati sottostanti e questo ha creato una sacca di siero. L'apertura poi della ferita creerà una cicatrice più visibile, ha detto l'infermiera.

Dopo avere spurgato tutto ha messo i cerottini sterilstrip per fare aderire meglio i bordi del taglio "Salviamola un po' almeno" e ha messo un cerottone "Non toccare niente e torna giovedì 22 a farti medicare". Mi ha anche consigliato di andare dal medico a farmi prescrivere un antibiotico ad ampio spettro per evitare infezioni.

9 anni fa nulla di tutto questo. In più ieri è morto Stephen Hawking.
In più mi sto reinfilando nel giro dei lavori di merda.

Ne avete altre di cose in serbo per me, per questo 2018? No perché eh? Mi sono già rotta le balle e siamo solo a marzo.


La decimatrice

Non so come abbiamo fatto a scappare, tutti i miei compagni erano stati uccisi. Ma noi, piccolo e sparuto gruppetto, no; ci siamo rifugiati in un altro universo convinti che nessuno potesse più rintracciarci. Eppure in uno dei nostri anonimi spostamenti tramite bus eccola, lei, vestita in rosso.

Colei che ci aveva decimati.

Ci fu subito ovvio che lì per lì non poteva muoversi, ma non potevamo andare da nessuna parte.

Aspettò che il bus si fermasse, scese con noi e ci portò sul tetto di una scuola. Il sacrificio stava per essere completato, ma io mi ricordai che nello zaino avevo qualcosa e dovevo solo trovare il pretesto per prenderlo.

Finsi un malore e chiesi di poter prendere le pastiglie per poterlo attenuare e lei, stranamente, acconsentì.

Aveva uno chignon biondo portato alto sulla testa, la radice scura dei capelli, il rossetto rosso abbinato al cappotto. Decisamente bella e crudele.

Presi la pistola, era minuscola e non era mia, non ricordo di chi fosse. I miei compagni di viaggio capirono e si rilassarono, forse troppo, rischiando di farci scoprire.

Nascosi la mano con la pistola alla sua vista e chiusi lo zaino. Dovevo essere rapida.

Si voltò un attimo e gliela puntai dietro alla nuca, premetti il grilletto ma "click click" niente, non sparò. Ero disperata e continuai ma lei si mosse e in quel momento partì il colpo.

Un minuscolo forellino apparve ma stranamente la traiettoria non era quella corretta e il risultato fu solo quello di farla agitare.

Secondo colpo, e cadde a terra.
Terzo colpo, per sicurezza.

Guardai lei, guardai la pistola e guardai i miei compagni. Il nemico era stato sconfitto, eravamo ancora vivi. Ma il viaggio non era terminato.

Avremmo trovato tante altre difficoltà ma ci sentivamo più preparati, più invincibili, meno umani.

Il sole stava tramontando riempiendo quell'atmosfera già carica di drammaticità di una luce splendida, surreale.

Ci mettemmo in cammino, la strada era ancora lunga.